RIVISTA INTERNAZIONALE di EDAFORUM
ANNO 10/ N. 26 - Dicembre 2015 - Dropout e Neet: le nuove emergenze europee.
 

INDICE

 

 

 

 

BUONE PRATICHE

La formazione autobiografica contro l'abbandono scolastico:
l'esperienza di Prato

di Caterina Benelli, Francesca Dalla Piazza.

Italian abstract

La questione dell’abbandono scolastico è uno dei problemi più discussi del sistema educativo in Europa. Una condizione che si ripercuote sulla questione dell’autonomia delle giovani generazioni di questo complesso periodo storico. In una società come quella odierna, si fa dunque urgente e necessario offrire ai giovani la possibilità di conoscere e conoscersi, di migliorare per proprie competenze di base e sviluppare i propri saperi per confrontarsi con strumenti sempre più vicini alla società che li vede (o li dovrebbe vedere) protagonisti.
Il contributo intende dar conto di un progetto di sperimentazione promosso a Prato, un’area della Toscana tra le più interessanti sul piano del cambiamento socio-economico e demografico. In questo contesto oramai pluriculturale, si è resa necessaria una riflessione più approfondita sulla questione dell’educazione inclusiva e sulle strategie di accompagnamento per i giovani portatori di fragilità sociale e culturale, ai fini della conclusione dell’obbligo scolastico per una maggiore consapevolezza individuale e sociale: elementi indispensabili per confrontarsi con un mercato del lavoro sempre più complesso.


English abstract

The issue of school drop out is one of the most discussed problem in the European education system. This condition has repercussions on the matter of the younger generation’s autonomy in these complex day and age. In today’s society it is necessary to offer to young people a chance to know and to get to know each other, to improve and to develop their own knowledge thanks to their basic skills, in order to face the tools close to society that sees (or should see) them as protagonists. The grant is willing to give an account of a research project sponsored in Prato, one of the most interesting area in Tuscany for socio-economic and demographic changes. In this multicultural context, we need a deeper thinking about inclusive education and about the accompaniment strategies for young people with social and cultural frailties, in order to let them finish the compulsory education and to give them a greater individual and social awareness: these are essential elements to deal with an increasingly complex labour market.

 

Premessa

La questione dell’abbandono scolastico è uno dei problemi più discussi della scuola in Europa. Questa condizione influisce sul blocco dello sviluppo economico, sull’emancipazione individuale e collettiva, ma, ancor più - e questa è la questione centrale del contributo qui presentato - si ripercuote sulla questione dell’autonomia delle giovani generazioni di questo complesso periodo storico.

In una società come quella odierna, si fa dunque urgente e necessario offrire ai giovani la possibilità di conoscere e conoscersi, di migliorare le proprie competenze e sviluppare i propri saperi per confrontarsi con strumenti sempre più vicini alla società che li vede (o li dovrebbe vedere) protagonisti1. L’abbandono scolastico, come la dispersione2, è un fenomeno complesso che comprende aspetti diversi e che investe l'intero contesto scolastico-formativo e marca inoltre l'intrecciarsi di due problematiche: quella che riguarda il soggetto che si disperde e quella relativa al sistema che produce dispersione. Tale questione non è un fenomeno solo italiano, anzi. La comunità internazionale ha da tempo posto l’attenzione sul diritto di ogni bambino “all’istruzione e all’educazione”, da considerarsi a tutti gli effetti un “diritto umano”, pertanto inalienabile e spettante a tutti in egual modo. Il diritto all'istruzione è a oggi considerato a tutti gli effetti un “diritto umano fondamentale” ma la strada che ha condotto a questa conquista è stata decisamente lunga e tortuosa ed è stata fatta propria dalla comunità internazionale solo in epoca recente, soprattutto a livello di norme.

Negli ultimi decenni anche l’Unione Europea si è mossa in soccorso del diritto all'istruzione e ha riaffermato il suo impegno nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea con una specifica risoluzione del Consiglio dell’Unione Europea del 2003: “Rendere la scuola un ambiente di apprendimento aperto per prevenire e contrastare la dispersione scolastica e il disagio dei giovani e favorirne l’inclusione sociale”, il cui obiettivo è proprio il contrasto alla dispersione scolastica e al disagio giovanile.

Il Consiglio Europeo nel 2000 per il decennio 2000-2010 ha posto in primo piano tra gli obiettivi tra perseguire, la “diminuzione degli abbandoni scolastici precoci” definendo il fenomeno come la «mancata realizzazione delle potenzialità, mancato compimento di progressi individuali, abbandono anticipato della scuola e conclusione degli studi senza attestati di qualifica o con attestati inadeguati».

Infine, la strategia Europa 2020 promuove una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva ed ha come obiettivo il miglioramento della competitività dell’Unione Europea sostenendo i giovani in maniera più efficace e permettendo loro di sviluppare pienamente i loro talenti e di ridurre il tasso di abbandono scolastico.

Ed è proprio su questi principi che si snoda il progetto proposto nel territorio pratese nel corso del 2014-2015: valorizzazione dei saperi e dei talenti personali, ascolto della propria e delle altrui-storie e miglioramento del clima per la facilitazione all’azione formativa in contesti complessi. Il metodo autobiografico è stato considerato come efficace e rispondente alle problematiche e alle potenzialità dei giovani soggetti protagonisti del percorso formativo: i Neet3.

Il contributo, infatti, intende dar conto della sperimentazione di un percorso formativo per poi tracciare un’ipotesi di ricerca all’interno di un contesto specifico, una micro-area del territorio nazionale, ma strategica: la città di Prato. Si tratta di una realtà conosciuta a livello nazionale per gli alti tassi di immigrazione extracomunitaria presente sul territorio dagli anni novanta del ‘900 e per il cambiamento della geografia umana, sociale, economica e politica che ha visto Prato trasformarsi nel tempo.

Anche le aule scolastiche hanno visto una graduale trasformazione imponendo sempre più attenti strumenti educativi e didattici da parte dei professionisti dell’educazione. A onor del vero dobbiamo dire che non sempre la scuola, durante questi ultimi anni si è fatta portatrice di strumenti per l’inclusione di tutti gli studenti e non sempre la classe docente ha colto la sfida dell’inclusione scolastica.

A distanza di anni nel contesto pratese, si è resa necessaria una riflessione più approfondita sull’inclusività e sull’accompagnamento per i giovani portatori di fragilità sociale e culturale, verso la conclusione dell’obbligo scolastico ai fini di una maggiore consapevolezza individuale e sociale: elementi indispensabili per confrontarsi con un mercato del lavoro sempre più complesso.

Operare a Prato nell’ambito della promozione all’inclusione e del contrasto all’abbandono scolastico diventa, specialmente in questo periodo storico, una sfida per la scuola e per l’intera comunità. Nei paragrafi successivi, a partire dalla situazione demografica del distretto pratese, presenteremo una proposta che vede lo studente come protagonista del proprio processo formativo attraverso un percorso di formazione autobiografica basata sulla narrazione e la scrittura di sé. Attraverso il lavoro dell’Associazione “Cieli Aperti” che opera sul territorio, si è sperimentato un percorso autobiografico il cui esito ha consentito di ipotizzare un percorso di ricerca autobiografica per l’inclusione dei drop out sul territorio pratese.


1. Il distretto pratese

La città di Prato è stata investita negli ultimi dieci – quindici anni da forti cambiamenti sociali, demografici ed economici, nonostante a lungo abbia cercato di resistere alle spinte della globalizzazione promuovendo una produttività legata alla comunità e alle piccole imprese spesso a conduzione familiare: la stessa sua struttura urbanistica risulta essere molto particolare, e mostra come, solitamente, in ogni cortile di casa fosse sempre presente un magazzino con i telai per la produzione dei tessuti.

L’imprevedibilità del mercato, la velocità, la vicinanza dei territori hanno fatto sì che il fenomeno della globalizzazione travolgesse in maniera inevitabile anche il distretto pratese; la tradizione dell’impresa altamente specializzata è stata scalzata dalle nuove richieste del mercato e non è riuscita a ricollocarsi in questo nuovo mondo economico. La difficoltà degli imprenditori di riuscire a guardare al cambiamento come unica forma di sopravvivenza ha determinato l’implosione di una città intera.

La presenza massiccia della comunità cinese sul territorio, è diventata genericamente il capro espiatorio degli insuccessi e ha inasprito ancora di più le tensioni sociali dei suoi abitanti. Prato si è trovata davanti ad un decadimento della sua classe dirigente, al venire meno di un benessere illusoriamente creduto come inesauribile.

Di questo sbandamento e disorientamento del mondo adulto, in difficoltà a trovare i mezzi per riorganizzarsi e riorientarsi, hanno risentito fortemente le nuove generazioni.

Il numero dei NEET (Not in Education, Employment or Training) sul territorio pratese (dati della Provincia di Prato – giugno 2014) dei nati nel decennio 1989-1998 sale a 4.842; di questi, il 75% sono italiani, il 13% cinesi e il 12% stranieri provenienti da altri paesi. Il 70% sono giovani fra i 20 e i 25 anni: i dati racchiudono sia i giovani che hanno abbandonato precocemente la scuola (il 55% non ha nemmeno una qualifica professionale) sia gli “iperprofessionalizzati”; coloro che non hanno frequentato nessun corso di formazione negli ultimi 3 anni sono il 96%, il 70% non hanno lavorato neanche un giorno negli ultimi 6 mesi e solo il 10%, risulta in carico al programma Garanzia Giovani4. Il numero dei giovani inattivi da un anno intero è di 2.500, di cui il 70% non diplomato e il 30% di nazionalità estera.

Figure di riferimento come genitori e insegnanti hanno mostrato una grande fragilità e difficoltà nel formare i giovani, nel passare loro gli strumenti adatti per poter affrontare nuove sfide.

La stessa scuola - primo luogo nel quale l’individuo inizia a costruire la propria identità a partire dal riconoscimento datogli dagli altri - si è a volte adagiata negli anni su una trasmissione di saperi ripetitiva, statica e non creativa, una “alfabetizzazione debole”5 che conduce l’apprendente all’accettazione passiva di ciò che gli viene insegnato.

La frustrazione dovuta alla difficoltà di raggiungere determinati obiettivi standardizzati viene rimossa da parte del giovane e non affrontata, insinuando in lui una visione e una percezione distorta della realtà. L’allontanamento degli insegnanti e l’assenza di relazione con i ragazzi, creano una situazione in cui l’abbandono scolastico diventa la via più facile da percorrere.

E in un mondo in cui il principio della Life Long Learning diventa modus operandi si fanno necessarie le attività di prevenzione e di cura per chi si allontana dai canali formativi, sprovvisto dell’equipaggiamento adatto per affrontare la vita.

Cooperative e associazioni culturali del territorio si muovono per la realizzazione di progetti di orientamento e accompagnamento per la prevenzione del disagio minorile sul territorio rispondendo (o tentando di offrire risposte) ai bisogni di questa fascia della popolazione.

Dal 2011presso l’Associazione Cieli Aperti di Prato6 vengono organizzati laboratori professionalizzanti e di formazione informale per gruppi di ragazzi NEET, su segnalazione del Centro di Giustizia Minorile, delle famiglie e degli Istituti scolastici.

Ogni bambino e ragazzo ha bisogno di far parte della comunità in cui vive per uno sviluppo sereno e integrato, con la possibilità di un confronto e un sostegno nei momenti di difficoltà anche e soprattutto quando la famiglia da sola non riesce.


2. Scrittura di sé come prevenzione e come cura

Tra le attività di prevenzione e cura messe in atto dall’Associazione Cieli Aperti ci sono due laboratori di scrittura di sé e di “allenamento all’ascolto dell’altro” rivolto a ragazzi a rischio abbandono scolastico e un altro indirizzato a coloro che la scuola l’hanno già allontanata da un pezzo, i Neet.

Difficile tentare di proporre a gruppi di ragazzi così giovani l’utilizzo della scrittura per raccontarsi: la penna e il quaderno nel loro immaginario rimandano sempre ai voti, alle prestazioni scolastiche spesso fallimentari, alle note e alle sgridate dei genitori, alla trasformazione della penna in cerbottana per colpire la professoressa con i pallini di carta.

Mi piace parlare, ma serve di più ascoltare”. G. (17 anni) saluta il gruppo l’ultimo giorno di laboratorio con queste parole e argina in questo modo i dubbi che negli ultimi mesi mi hanno accompagnato sulla possibilità di utilizzare questa metodologia con chi con la scuola, con lo scrivere, ci ha litigato.

I mesi insieme a loro sono stati una lotta ai pregiudizi che sembravano calare e insinuarsi da ogni parte, a un rialzarsi continuo fra sgambetti e spinte, al crearsi una armatura contro la frustrazione. È stato difficile conquistarli, stabilire un rapporto di fiducia, è stato difficile creare un gruppo di vicinanza e di incontro, sospettosi come sono fra di loro e inclini alle offese, è stato difficile immaginare di portare a termine un ciclo annuale di scrittura di sé con alcuni che a fatica riescono a scrivere una frase di senso compiuto.

Eppure la fiducia, in loro, nella metodologia e nella nostra scuola italiana a qualche obiettivo ha portato.


2.1 Il laboratorio di motivazione allo studio attraverso la scrittura –spazi di ascolto nella diversità

Il laboratorio di “Motivazione allo studio” ha coinvolto un gruppo di cinque bambini fra i 12 e i 15 anni a rischio abbandono scolastico presso una scuola media di Prato; incontri settimanali di un’ora centrati su tematiche emergenti come inclusione, intercultura, bullismo ma anche sull’ascolto delle proprie emozioni e dei propri ricordi, al fine di riacquisire fiducia in se stessi, amare la propria storia, parlare di sé, ascoltare ed essere ascoltati.

I bambini sono stati scelti da tutte le classi dell’istituto dalle insegnanti di riferimento ed è stato creato per loro un luogo in cui potersi raccontare liberamente ed esser sostenuti nell’affrontare la quotidianità scolastica, per loro difficile: c’è chi ha un conflitto aperto con tutte le insegnanti e si rivolge ai compagni maltrattandoli, chi per carattere è chiuso in se stesso e soffre per le continue prese in giro sul fisico, chi ha vissuti difficili e quindi spesso assente a scuola, chi presenta delle difficoltà cognitive, chi rifiuta la propria nazionalità estera entrando in conflitto con ciò che è. Il gruppo è dunque variegato per problematiche e anche il riuscire a tenerli insieme per un’ora sembra risultare un’impresa, in particolare S., il “bullo” più grande degli altri usa un linguaggio offensivo con gli altri compagni e un atteggiamento provocatorio con me; usare la penna e raccontare di sé, dei propri ricordi, delle paure e dei momenti gioiosi, degli eventi che li riguardano in questo periodo di crescita, è una conquista alla quale è stato possibile arrivare dopo tre mesi di incontri.

Aiutandomi con la visione di film, con giochi di memoria e sollecitazioni molto semplici, è stato possibile aprire un varco a ricordi mai ‘spolverati’: ho preso appunti – davanti alle loro facce stupite – e ho riportato loro le parole familiari che si portano dentro, ma a cui nessuno si interessava.

Attraverso liste da stilare e da leggere ai compagni è stata appresa l’attesa, l’aspettare il proprio tempo: ognuno voleva infine raccontarsi ed essere ascoltato in quel momento che dagli altri gli era dedicato, e nessuno di loro nell’ultimo periodo si è mai permesso di interrompere quell’attimo.

A fine percorso ogni ragazzo del gruppo, distrutte le barriere e gli stereotipi che si portavano dietro, è riuscito ad accedere alle sfere più intime dell’altro, sicuro che al di fuori non sarebbe stato tradito.

La richiesta esplicita da parte di alcuni ragazzi è stata quella di poter mantenere uno spazio simile, di cura e di ascolto all’interno della scuola, nel quale essi hanno la possibilità di raccontarsi e di esprimersi liberamente, trovando un appiglio, un momento in cui poter sfogarsi e ritrovare “il punto”.


2.2 Scrivere per trovare spinte – percorso con i NEET

Il Percorso di scrittura di sé, curato dall’Associazione Cieli Aperti Onlus all’interno di un progetto provinciale, ha coinvolto un gruppo di 10 ragazzi sui 18 anni che hanno abbandonato la scuola e avevano da poco iniziato a seguire un corso di formazione professionale come addetto vendite.

Negli incontri settimanali di due ore si sono affrontati temi inerenti la sfera privata, si è tesi verso una riappropriazione del proprio essere e sentire, al rinforzo della propria autostima, si è cercato di accompagnare i ragazzi nella scoperta delle proprie potenzialità e dei propri limiti con l’obiettivo di accrescere l’interesse e la cura per il mondo che sta loro intorno e per se stessi.

Anche in questo contesto le sollecitazioni di scrittura proposte sono state molto semplici, ma con grande immediatezza hanno sollevato quesiti, eventi e pensieri molto personali; dall’acronimo del proprio nome che porta con sé la storia di un passato in un altro luogo, al figurarsi un cancello che ricorda il dolore della perdita di un amico: la gestione di un gruppo peculiare e già compromesso dall’abbandono della scuola – ma anche di un pezzetto del proprio essere – comporta il dover ristrutturare continuamente il percorso metodologico pensato all’inizio; necessaria diviene la capacità di sapersi destreggiare nelle risposte, ricorrendo spesso all’utilizzo di metafore o a testi letterari.

I ragazzi avevano scelto spontaneamente di partecipare alle attività proposte, ma si sono mostrati comunque scettici quando, al primo incontro, ad ognuno di loro ho regalato un piccolo quaderno: “Devo prendere appunti?”, “Io non so scrivere”, “se ci scarabocchio va bene?”.

Le battute escono fuori a fiumi e vengono placate quando inizio a dare loro sollecitazioni di scrittura. Cerco di tranquillizzarli dicendo che non correggerò errori, che anzi, se loro non vorranno non leggerò neanche ciò che scrivono, che stanno solo rendendo malleabili e tangibili i pensieri che hanno in testa.

Hanno paura di essere considerati ignoranti e fannulloni da me come dal resto degli adulti, si sentono considerati niente, capaci solo di dormire per delle giornate intere; nei loro scritti compare sempre la mancanza di ascolto da parte di un professore, dei genitori, lamentano di non aver trovato un appiglio nel momento in cui hanno scelto che, forse, lasciare la scuola era la via più semplice da percorrere.

Il muro di diffidenza ci riesce abbatterlo dopo un po’ di tempo, siamo tutti educatori giovani, ci vedono molto più simili a loro; R. inizia a raccontarci della sua passione per i libri, ci racconta di aver avuto un professore al liceo che lo ha avvicinato alla letteratura russa, ci porta dei testi “oh, è vero che leggo, non mi credere un ignorante solo perché con la scuola ci ho litigato!”. G. T. e F., due ragazze e un ragazzo, ci raccontano che dopo aver lasciato la scuola si annoiavano, passando la maggior parte del tempo in casa o sulle panchine dei giardini; spinti dall’idea di far qualcosa, per un periodo di tempo, se pur breve, sono andati a servire alla mensa dei poveri della città e a dare una mano nello spazio della Caritas: luoghi in cui è difficile convivere, luoghi che mostrano la parte più in difficoltà della nostra società, che molto spesso si cerca di ignorare. In tante occasioni hanno mostrato un coraggio che tante volte manca.

I Neet sono giovani arrugginiti dalle parole degli altri, inquadrati nell’insuccesso continuo nel quale non si dà spazio a cosa di buono c’è in loro.


Riflessioni conclusive

Se ci limitiamo a porre come obiettivo unico degli interventi portati avanti con i Neet – quasi sempre a scadenza - quello di inserirli nel mondo del lavoro, continueremo ad alimentare la frustrazione del loro non riuscire. La maggior parte di questi ragazzi, come già sottolineato, nell’arco di 6–12 mesi non è in grado di farsi carico del proprio futuro, a causa delle grosse mancanze subite nel loro giovane passato. Necessario diventa un supporto che garantisca un cammino più lungo, articolato affiancato da esperti che diventino guida nei momenti di sbandamento e mani tese nelle cadute.

La scrittura autobiografica può aiutare a ricucire gli strappi, farsi filo conduttore nelle azioni con questi ragazzi: oltre a guidarli nella rilettura del proprio passato, in maniera più obiettiva e matura, e nella riflessione all’interno delle attività quotidiane, può rappresentare lo strumento risanatore, di pace, con cui riavvicinarsi alla “cultura”, a quel bagaglio di storie trovate sui libri, a quei saperi che aiutano l’individuo a crescere nel pensiero.

Allo stesso tempo, con i più giovani, l’ottica di prevenzione e rete tra famiglie e scuola può essere la via percorribile per evitare che si perdano; allenarli ad una scrittura di sé è trasmettere loro l’importanza di un ascolto della propria persona e degli altri, è un modo per esercitarli a riflettere sulle mosse da fare nel gioco della propria esistenza e a trovare un supporto non solo esterno ma anche, quando questo può mancare, in se stessi. Allo stesso tempo diventa una traccia scritta dei pensieri, del mondo interno dei ragazzi la cui biografia è ancora poco compresa e conosciuta dagli adulti, soprattutto dalle istituzioni che, al contrario, dovrebbero conoscere per meglio organizzare azioni di inclusione nei luoghi dell’educazione formale e non formale.


Bibliografia di riferimento

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1 Per approfondimenti si guardi in IDOS, UNAR, Dossier statistico sull’immigrazione in Italia. Dalle discriminazioni ai diritti, Roma, IDOS, 2014. Si guardi anche, in riferimento all’integrazione scolastica, V. Ongini, Noi domani. Un viaggio nella scuola interculturale, Laterza, Roma-Bari, 2011; M. Fiorucci, M. Catarci, Il mondo a scuola. Per un’educazione interculturale, Edizioni Conoscenza, Roma, 2015.


2 Cfr. in www.treccani.it. Nelle scienze dell’educazione, dscolastica, il complesso dei fenomeni di mancata o incompleta o irregolare fruizione dei servizî di istruzione da parte di ragazzi e giovani in età scolare. In senso tecnico, fenomeni di disperdenza sono l’abbandono, che è certamente quello più grave in quanto comporta l’interruzione per lo più definitiva dei corsi di istruzione, ma anche la ripetenza, ovvero la condizione di chi si trova a dover rifrequentare lo stesso corso frequentato in precedenza senza esito positivo, nonché altri casi di ritardo, quali l’interruzione temporanea per i motivi più varî o il ritiro per periodi determinati seguiti dalla ripresa degli studî.




3 I Neet, dall’acronimo “Not in Education, Employment or Training", sono I giovani di età compresa dai 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all'università, che non lavorano e che nemmeno seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale.



4http://www.garanziagiovani.gov.it/Pagine/default.aspx


5P. Orefice, V. Sarracino (a cura di), Nuove questioni di Pedagogia sociale, 2004, Franco Angeli, Milano. Si guardi anche R. Piazza, Lifelonglearning ed educazione democratica in Europa, Guerini, Milano, 2009.


6 associazione Cieli Aperti Onlusnasce nel 2003 con l’idea di creare uno spazio di cura e di attenzioni, un’oasi, in cui il minore può sentirsi accolto e sostenuto nei vari ambiti della vita. L’utenza comprende un ragazzi fra gli 8 e i 19 anni; oltre 200 ragazzi frequentano il centro diurno e provengono da più di venti diverse nazionalità. L’obiettivo generale è quello di accompagnarli quotidianamente nella crescita, sostenendoli durante lo studio pomeridiano e creando momenti di socializzazione, approfondimento e svago, ma anche opportunità di accompagnamento mirato ai bisogni dei ragazzi e delle loro famiglie.



 

 

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